(Foto di Sanya Daka da Pixabay)

 

Ad  ottobre 2022 é stato pubblicato un interessante studio esplorativo condotto dal Centro di Ricerca Interuniversitario sulla Criminalità Transnazionale (Transcrime) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna dell’Università degli Studi di Perugia in collaborazione con il Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia, il quale fornisce una mappatura del fenomeno delle gang giovanili in Italia, mostrandone le diverse caratteristiche e la presenza sul territorio.

Dai titoli sensazionalistici che da alcuni anni appaiono pressoché quotidianamente sulla stampa italiana, sembrerebbe che quello delle cd. gang giovanili sia un fenomeno del tutto nuovo. In realtà, lo studio mostra che la presenza di gruppi di adolescenti e giovani adulti i quali, spesso non organizzati e aggregati da contingenze, si uniscono per commettere dei reati, costituisce una delle tante manifestazioni di disagio giovanile da sempre esistita.

Del resto, è noto ai più il ruolo svolto dal gruppo in adolescenza rispetto alla costruzione della propria identità e nel processo di emancipazione rispetto al mondo adulto di talché la commissione di reati all’interno di tali realtà dovrebbe essere interpretata più come una forma di disagio sociale che come una forma di devianza o come sintomo di una chiara volontà criminogena.

A conferma che il fenomeno in questione non rappresenta certo una novità soccorrono anche le statistiche del Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità (che da sempre attenziona il fenomeno), le quali non rilevano, nelle serie storiche degli ultimi anni, consistenti differenze relative al numero dei reati commessi, né aumenti rispetto ai flussi di utenza dei ragazzi entrati negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) o presi incarico dagli USSM.

Quello che è mutato, riferisce la Dott.ssa Gemma Tuccillo, Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, è piuttosto, il carattere di crescente efferatezzaviolenza “gratuita” ed apparente “insensatezza” di alcune condotte, riconducibili spesso a uno/due ragazzi o a gruppi aggregatesi in maniera fortuita e contingente.

Quel che è certo è che le gang giovanili restano al centro del dibattito pubblico quale problema sociale al quale occorre fornire una soluzione.

Dallo studio summenzionato emerge infatti che nell’ultimo triennio sono state rilevate gang giovanili attive nella maggior parte delle regioni italiane, con una leggera prevalenza del CentroNord rispetto al Sud del Paese.

Le gang giovanili rilevate sono principalmente composte da meno di 10 individui, in prevalenza maschi e con un’età compresa fra i 15 e i 17 anni. 

Nella maggior parte dei casi i membri delle gang sono italiani, mentre gruppi formati in maggioranza da stranieri o senza una nazionalità prevalente sono meno frequenti.

I reati più spesso attribuiti alle gang giovanili sono crimini violenti (come risse, percosse e lesioni), atti di bullismodisturbo della quiete pubblica e atti vandalici.

A differenza di quanto ritenuto dall’opinione pubblica sono meno frequenti e di solito commessi da gruppi più strutturati lo spaccio di stupefacenti o reati appropriativi, quali furti e rapine.

Lo studio conferma altresì che il fenomeno delle gang giovanili non è facilmente inquadrabile essendo molto “fluido” e complesso. Ed invero, vengono individuate almeno quattro tipologie di gang:

  1. il primo tipo, maggiormente presente sul territorio nazionale e caratterizzato da legami deboli e una natura più fluida, non presenta una gerarchia o un’organizzazione definita e spesso neanche fini criminali specifici.
  2. il secondo tipo, presente in prevalenza nel sud del Paese, ha dirette connessioni o si ispira alle organizzazioni criminali italiane tradizionali;
  3. il terzo tipo, composto da gruppi con struttura definita, è presente prevalentemente al nord e al centro del Paese. Queste gang composte da stranieri di prima e seconda generazione sono soprattutto di matrice sudamericana e presentano simboli identificativi, un’organizzazione strutturata o semistrutturata e una continuità operativa nel tempo;
  4. il quarto tipo, presente in tutte le macroaree del Paese, è caratterizzato dalla presenza di una struttura definita e da un certo livello di organizzazione, senza legami evidenti con altre gang o organizzazioni criminali.

Tante le cause che spingono questi giovani ad aggregarsi per commettere dei reati: dall’assenza o problematicità dei rapporti con le famiglie e le istituzioni scolastiche, alla necessità, soprattutto per i ragazzi stranieri di affermarsi in un contesto al quale non sentono di appartenere.

Sulle possibili soluzioni, risultano emblematiche le parole sempre della Dott.ssa Tuccillo:

È di fondamentale importanza un lavoro, quale quello condotto da Transcrime sulle gang, in collaborazione con gli USSM, che vede la cooperazione di enti e organismi di ricerca, di università e del privato sociale, per monitorare e approfondire segmenti specifici del settore […] che spesso desta allarme sociale, al fine di una proficua crescita condivisa, sia in termini di conoscenza teorica sia di ricadute relative agli interventi operativi e alle politiche pubbliche e sociali, relativamente al recupero e alla sicurezza sociale.

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